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In Perù con 290 chili di cocaina

In Perù con 290 chili di cocaina

In manette sei persone, tra gli arrestati anche il fiumicinese Mirko Mechini. Perplessità sulle responsabilità del ragazzo conosciuto da tutti come una brava persona, di famiglia di onesti lavoratori

FIUMICINO – Sono finite in manette sei persone, 5 italiani e un peruviano, con l’accusa di narcotraffico. E’ accaduto a giugno in Perù, ma la notizia sul litorale romano si è sparsa adesso perché tra gli arrestati c’è Mirko Mechini, di Fiumicino, L’accusa è di aver esportato cocaina di alta qualità in diversi Paesi europei. In un magazzino di Indipendenza gli agenti del Dirandro (Direzione anti droga peruviana)  hanno trovato più di 290 chili di cocaina che stavano mimetizzando nei controsoffitti di quattro furgoni, per un valore corrispondente di 20 milioni di dollari. I veicoli caricati con la droga avevano il logo di una società di escursioni fotografiche; stavano per fare un lungo viaggio, da Lima verso La Paz (Bolivia) e poi a Buenos Aires (Argentina) dove sarebbero arrivati – secondo gli investigatori – per inviare la droga in Europa. L’operazione ha visto strettamente connesse la polizia italiana e quella peruviana. Sarebbe stata proprio la polizia italiana a fornire alla Direzione anti droga peruviana il nome e il cognome del fornitore che aveva venduto lo stupefacente. Fin qui la cronaca, che ha avuto ampio risalto sui media peruviani ma in Italia non è arrivata. Resta da capire come Mirko Mechini sia finito in un giro del genere. Conosciuto da tutti come un onesto lavoratore, appartiene ad una famiglia fiumicinese che ha fatto dei sacrifici e del lavoro quotidiano il suo stile di vita. Forse – ma è solo un’ipotesi, Mirko potrebbe essere stato messo in mezzo da qualche conoscente che gli ha proposto un tour fotografico che poi si è rivelato essere tutt’altra cosa. Ad oggi non è dato saperne di più. Ciò che trapela è che quell’operazione peruviana è stata solo la prima di una serie di iniziative di polizia che ha interessato l’intero litorale del Lazio, e non solo. Resta lo sconcerto per una tegola giudiziaria pesantissima che si abbatte sulla città, e su una famiglia – ripetiamo – conosciuta per la propria onestà e stimata per il lavoro svolto negli anni. Ricordiamo, per dovere di cronaca, che un’accusa non equivale a una condanna, che le prove eventualmente si formeranno in Tribunale, e che vale il principio di innocenza fino a sentenza passata in giudicato.

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