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"Un uomo che sapeva scindere le battaglie politiche dai rapporti personali"

"Un uomo che sapeva scindere le battaglie politiche dai rapporti personali"

di GIUSEPPE CASTELLINI*

Bene ha fatto il sindaco di Tarquinia, Alessandro Giulivi, a decretare il lutto cittadino per la morte di Roberto Meraviglia. Non solo per il rilievo istituzionale che Roberto ha avuto in primis come sindaco e come senatore della Repubblica, ma anche perché è stata una figura di riferimento – anche per chi lo criticava – per la città e non solo. Di più, è stato un uomo e un politico intimamente e psicologicamente legato a doppio filo con i cittadini e con Tarquinia. Un legame che non si è mai spezzato nelle alterne vicende della vita. Roberto, nelle vittorie e nelle inevitabili sconfitte della vita, non si è mai posto su una torre d’avorio o si è ritirato – come accade spesso – sdegnato e offeso per l’irriconoscenza. È rimasto in campo – lui che amava così tanto il calcio – fino alla fine della partita.
Sono stato giovanissimo assessore (dal 1983 al 1988) della giunta comunale con Roberto sindaco. Come in tutte le vicende umane, in quell’esperienza ho avuto con lui momenti di accordo e di disaccordo, questi ultimi vissuti sempre con un po’ di imbarazzo da entrambe le parti perché lui era stato per un periodo mio allenatore di calcio e, si sa, il ‘mister’ resta sempre nella testa di un calciatore come un punto di riferimento. 
Ma non è questo che voglio ricordare, oggi che non c’è più. Voglio ricordare quella sua capacità di essere empatico, quell’energia empatica che era la caratteristica della sua personalità, che ne faceva un catalizzatore. Era capace di entrare in sintonia con chiunque. 
Ed era impressionante come anche persone che andavano in Comune con toni bellicosi uscivano dal suo ufficio come se avessero invece trovato un alleato. Sapeva, insomma, entrare nelle storie delle persone, in lui scattava il desiderio di aiutare, di non lasciare andar via a mani vuote e senza speranza, e dove non arrivava ci tirava comunque il cappello.
Era un uomo del 1943, aveva vissuto i rigori del dopoguerra e aveva dentro la spinta a farcela di tanti giovani di allora. Non era egoista, pensava a farcela ma pensava anche ad aiutare perché pure gli altri ce la facessero. Sapeva raccogliere aspirazioni e speranze in modo spontaneo, ed era questo il segreto della sua capacità di aggregazione.
Da lui, quando era sindaco, ho visto passare tutti: persone importanti ed umili, benestanti e poveri. E ho visto trattare tutti allo stesso modo. Anzi, quando riusciva a risolvere un problema dei più umili si vedeva che era particolarmente soddisfatto, come se quello – alla fine – fosse il senso vero di essere un amministratore ed un politico.
Con gli avversari politici gli scontri in quel periodo erano piuttosto forti, ma l’ho visto sempre circoscrivere quelle battaglie nel loro ambito, senza che mai guastassero i rapporti personali, umani, che poi sono quelli che contano davvero.
Dei tanti ricordi che in queste ore mi sono venuti alle mente dopo aver saputo della sua morte che mi ha profondamente addolorato, ne voglio citare due che vogliono esemplificare queste sue qualità.
Mi colpì, infatti, in un pomeriggio prima di una giunta, trovarlo raggiante nel suo ufficio. Mi disse che era riuscito, dopo lungo tempo e dopo aver chiesto e richiesto, a risolvere il problema di lavoro di una persona – che non cito perché non c’è più – che si trovava in seria difficoltà. “I momenti più belli di un sindaco – mi disse – sono quando riesci a dare una mano alle persone più umili”. Non era una posa o la soddisfazione di aver mostrato il suo potere, era davvero sincero e felice come un ragazzino. E davvero, aggiungo, debbo testimoniare come – nella tradizione che aveva amministrativamente Tarquinia – l’attenzione ai servizi per le fasce più deboli in noi era sempre acuta.
Il secondo episodio che desidero citare è quello relativo a quando, durante una riunione pomeridiana di giunta in Comune, arrivò la notizia della morte improvvisa, mentre era nella sua vigna in campagna, del padre di Maurizio Conversini, allora capogruppo del Pci, con il quale una volta sì e l’altra pure si incrociavano le spade della polemica e della battaglia politica. Rimanemmo muti, colpiti dalla notizia. Roberto, particolarmente scosso, prese l’iniziativa: “Vado a casa sua a trovarlo”. Ci andammo tutti insieme. E il calore, l’affetto e l’emozione con cui Conversini ci accolse in casa mi fece toccare con mano che, quello che la politica divide, la vita riunisce, soprattutto nei momenti che toccano le corde più profonde dell’animo. Ovviamente, se si è e se si resta essere umani, senza finire accecati dall’odio di fazione, dall’odio dell’ideologia, dagli inevitabili dissapori dell’esistenza.
La terra ti sia leggera, caro Roberto.

Giuseppe Castellini
*giornalista ed ex amministratore
del Comune di Tarquinia

 

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