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Covid, anche l’ospedale Israelitco avvia la cassa integrazione

Covid, anche l’ospedale Israelitco avvia la cassa integrazione

ROMA – “L’Ospedale israelitco a avviato la cassa integrazione per 68 laaoratori di quello stesso personale sanitario a cui tutti stiamo chiedendo di tirarci fuori dall’emergenza. E intanto contnua a riscuotere quasi per intero il budget regionale per le prestazioni in conto al Ssr. L’effetto domino c e temevamo potesse avvenire nella sanità privata del Lazio si sta avverando”.

E’ quanto denunciano Fp Cgil Roma Lazio, Cisl Fp Lazio e Uil Fpl Roma e Lazio che si preparano a dare battaglia. contro la direzione della casa di cura romana, chiedendo contemporaneamente alla Regione Lazio, l’ente che finanzia la sanità privata accreditata, di intervenire senza indugio bloccando il provvedimento di ricorso al Fis, il fondo di integrazione salariale che costiuisce la cassa integrazione del settore.

“Con l’emergenza in pieno svolgimento e la collettività in ginocchio, – incalzano le sigle sindacali – mandare a casa il personale sanitario addetto ai servizi specialistci e ambulatoriali è un gesto inqualificabile. Un’operazione puramente speculativa ai danni di lavoratori e contribuenti, sopratutto se si pensa che l’Israelitico ha ben due reparti Covid all’interno, con carichi  di lavoro inimmaginabili per infermieri, tecnici, oss e tutti i profili della sanità. Ricollocare il personale addetto ai servizi ridotti o chiusi, anziché metterlo in Fis, sarebbe non solo possibile ma indispensabile per rafforzare le prestazioni di servizio pubblico e di contrasto alla pandemia. Tanto più che a lavorare nei reparti covid sono stati chiamati lavoratori esternalizzati e interinali. L’aberrazione non sta solo nell’intento esclusivo di fare cassa, continuando a percepire il budget dal Ssr e facendo pagare gli ammortizzatori sociali all’Inps, ma nel danneggiare economicamente gli operatori e i professionisti a cui l’intera comunità sta affidando il futuro. Quei profili talmente indispensabili che in Italia sono stati chiamati dalla Cina, da Cuba e dall’Albania, e che nella nostra regione ci si permette di mandare a casa e di tagliare loro il 20% dello stipendio, le ferie e gli assegni familiari. Ciò che non possiamo accettare, inoltre,  è la palese volontà di dividere l’organico in lavoratori essenziali, lavoratori in cassa e lavoratori esterni. L’esatto opposto di quel riconoscimento che spetterebbe a chi sta rischiando la vita per salvare le persone e la comunità. La Regione interaenga subito, noi difenderemo i lavoratori della sanità privata con tutte le azioni necessarie”.

 

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