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A Civitavecchia il paradiso degli odori marini

A Civitavecchia il paradiso degli odori marini

Il Ghiottone errante e la trattoria del Gobbo

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di ENRICO CIANCARINI

“L’artista veramente chi è? Il cuoco che prepara le vivande o il buongustaio che le assapora e le giudica? Anche questa è una faccia della sfaccettatissima disputa tra il poeta e il critico: e gusto significa tanto la facoltà di discernere i sapori quanto la facoltà di distinguere il bello dal brutto”.

Sono le prime righe dell’articolo Mangiare e bere all’italiana pubblicato sulla terza pagina del Corriere della Sera del 13 ottobre 1935. Lo firma Ugo Ojetti, giornalista di punta del giornale milanese, che in quell’articolo recensisce Il ghiottone errante scritto da Paolo Monelli ed illustrato da Giuseppe Novello. Il volume edito nel 1935 per i tipi della Treves di Milano, narra il primo viaggio enogastronomico in Italia. È la Penisola degli anni Trenta del secolo scorso, più agricola che industriale, non ancora assoggettata ai grandi flussi turistici dei nostri tempi.

Quattro anni prima, il Touring Club aveva pubblicato la Guida gastronomica d’Italia. Ma è sempre Ojetti, che l’aveva suggerita al sodalizio milanese, a lamentarsi che il volume non forniva ai suoi lettori “l’indirizzo né di una trattoria né d’un dolciere né d’un vinaio né d’un fruttivendolo né d’un salumaio, così che da quella lista perfetta non si riesce a trarre un boccone: tutti sospiri”!

Nel Ghiottone errante l’autore “gl’indirizzi, presso a poco, ce li mette, e alla fine del libro ci porge un indice dei luoghi, delle osterie, delle trattorie, degli osti e dei ghiottoni notabili”. Fra questi luoghi compare anche Civitavecchia e la sua zuppa di pesce a cui sono dedicate due pagine e un bel disegno di Novello.

Lo stesso Ugo Ojetti, almeno in età giovanile, aveva frequentato Civitavecchia. Il padre, infatti, era l’architetto Raffaello, amico e stretto collaboratore del principe e deputato Baldassarre Odescalchi. Si deve all’Ojetti padre “il progetto di lottizzazione di Santa Marinella, mirante a realizzare ville per l’aristocrazia e l’alta borghesia” romane (Francesco Franco nella voce a lui dedicata nel Dizionario biografico degli Italiani, volume 79, 2013). Aggiungiamo che anche Borgo Odescalchi a Civitavecchia e soprattutto il villino del principe portano la sua firma. Raffaello Ojetti scrisse la prima biografia di Luigi Calamatta pubblicata nel 1874, a cinque anni dalla morte dell’incisore.

La sua Villa dei Principi, residenza degli Odescalchi nella nostra città (Baldassarre vi morì il 5 settembre 1909), sarebbe poi diventata uno dei templi dove si gustava la zuppa di pesce civitavecchiese in cui si celebrava la meravigliosa pietanza con l’antica ricetta della Moretta, una delle massime sacerdotesse officianti il culto della cucina civitavecchiese.

Ugo Ojetti nella sua recensione ricorda, fra le località visitate ed apprezzate da Paolo Monelli, Civitavecchia e il suo “brodetto di pesce” (SIC!) ribadendo il pesante errore di denominazione scritto nel libro. Paolo Monelli deve però essere perdonato per alti meriti letterari. Infatti, nella pagina dedicata alla Trattoria del Gobbo e alla sua zuppa/brodetto, la sua prosa si eleva a livelli talmente celestiali, che, a parer mio, che da oltre un anno mi dedico alla ricerca storica e letteraria su questo gustoso argomento, innalza il più suggestivo e succulento elogio alla nostra specialità:

“Qualche volta gli amici che cerchiamo qua e là come guide per taverne e cantine, pur scelti con cura, sgarrano, danno nell’umor poetico, vogliono che si perda il tempo in questa chiesa, davanti a questo palagio; ma noi duri; ed all’amico che a Civitavecchia ci ronzava nelle orecchie con Stendhal e insisteva a mostrarci quelle due finestre altissime perché lì Stendhal abitò, e da quell’aereo balcone speculava il porto ed il mare, noi chiedevamo solo se per scienza sua giunge a quella bastionata dimora l’olezzo della trattoria che ci sta sotto, ed il profumo della salsa alla marinaia o del brodetto di pesce che ci si mangia; che assommò per me tutti i sentori marini fiutati in quindici anni dal mar d’Africa al mare Artico, tutti i fiati di stive, cambuse, basse prue, riposte rie, tutti gli aromi degli scogli lavati dalla marea e delle spiagge ingombre di rottami e di gabbiani morti, tutto il tanfo dei vicoli di cento porti d’Europa e d’America, e gli aliti dei commensali fortuiti per quelle taverne, marinai in disarmo di Glasgow e ragazze sfatte di Saint Johns di Terranova e algerini di Marsiglia e salernitani di Broccolino e norvegesi trampellanti in busca i mari e arabi violanti la legge del profeta. Tutti questi odori risentii nel brodetto di Civitavecchia, ma ripuliti, sublimati, esaltati, come avviene delle anime dei buoni che salgono purificate al cielo; insomma quel brodetto era, me ne accorsi troppo tardi, a stomaco ormai zeppo, il paradiso degli odori marini”.

Così Paolo Monelli pregustò il paradiso alla Trattoria del Gobbo.

La nostra zuppa di pesce dimostra ancora una volta di essere stata oggetto di culto da parte dei più noti e affamati buongustai italiani del Novecento. Si giustificano quindi i giudizi degli odierni critici gastronomici che hanno definito la zuppa di pesce civitavecchiese “archeologica” allacciandosi a quanto scritto dai loro predecessori. Giudizio che noi interpretiamo come un gradito complimento!


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