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Retribuzioni: la Tuscia è al 74° posto in Italia

Retribuzioni: la Tuscia è al 74° posto in Italia

I risultati dello studio della Cgia di Mestre, gli stipendi sono sotto la media nazionale del 25%

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Il reddito annuale medio lordo nella Tuscia? Nel 2021 è del 25% inferiore rispetto alla media nazionale. Nella Tuscia, infatti, il reddito medio annuale lordo nel 2021 è stato di 16.409 euro rispetto ai 21.868 euro della media nazionale, portando il Viterbese al 74° posto nazionale su 103 province. I dati sono stati elaborati dall’Ufficio studi della Cgia di Mestre che ha analizzato i numeri ufficiali emanati dall’Inps.

Nel Lazio è Roma la provincia con la retribuzione media lorda annuale più alta con 22.971 euro (22° posto in Italia), pari a 1.103 euro sopra la media italiana (+5,0%). Tutte le altre province del Lazio sono sotto la media italiana. Frosinone è la seconda provincia del Lazio (58° posto in Italia) con 18.576 euro di retribuzione media lorda pro-capite, pari a 3.292 euro sotto la media nazionale (-15,1%); segue Latina con 17.736 euro (62° posto nazionale), pari a 4.132 euro sotto la media italiana (-18,9%), quindi Viterbo (74° posto); Rieti (77° posto nazionale) con 16.267 euro, pari a 5.601 euro sotto la media tricolore (-25,6%) è l’ultima zona regionale per reddito. A fare la parte del leone è nettamente Milano che stacca tutte le altre province italiane e si attesta ad una media di 31.902 euro lordi come retribuzione media con ben 9.333 euro sopra la media italiana.

Seguono le province emiliane di Parma, Bologna, Modena, Reggio Emilia; quindi Lecco, Trieste, Torino, Bergamo e Varese. I dati sono implacabili perché confermano la spaccatura tra Nord e Sud nelle classifiche di ricchezza e, la Tuscia, è da profondo Mezzogiorno essendo nella parte bassa con Siracusa, Teramo, Taranto, Napoli, Palermo e Catania. Rieti è agli stessi livelli. Su 103 province solo 32 sono sopra la media, mentre tutte le altre arrancano. Ultima in classifica è Vibo Valentia con un reddito medio lordo di 11.823 euro.

La Cgia di Mestre, nell’analisi dei dati, approfondisce le cause di questi squilibri che, pur nell’applicazione dagli anni Settanta del contratto collettivo nazionale, non si sono ridotti in modo apprezzabile per una serie di cause come la diffusione di aziende e settori ad alta specializzazione nel Nord e non nel resto d’Italia, che offrono contratti di elevata retribuzione; la scarsa diffusione della contrattazione di secondo livello in Italia (che premia l’efficienza ed il dialogo attivo tra lavoratori e datori di lavoro); la diffusione al Sud del lavoro nero e di contratti svantaggiosi; il mancato rinnovo di molti contratti del settore privato che acuiscono le emergenze economiche nelle aree più povere del Paese. Esaminando i dati per settori omogenei di lavoro, invece, gli squilibri in Italia sono minori che in altri Stati europei. I problemi principali delle retribuzioni italiane, secondo la Cgia di Mestre, sono la scarsa diffusione della contrattazione decentrata che “non consente ai salari reali di rimanere agganciati all’andamento dell’inflazione, al costo delle abitazioni e ai livelli di produttività locale”. La contrattazione decentrata, quindi, per la Cgia dev’essere uno degli strumenti da utilizzare in futuro per ridurre gli squilibri ed è consigliabile più del salario minimo “imposto” per legge. Il Cnel lo ha ribadito ricordando che la povertà di tanti lavoratori deriva più dalle poche ore e giorni di lavoro sviluppati in un anno per la precarietà dell’offerta occupazionale che dai minimi tabellari orari bassi. Nel Centro Italia ed ancora di più nella Tuscia, inoltre, sono scarsi i contratti di lavoro di secondo livello: al 15 giugno 2023 in tutto il Lazio ce ne sono 795 aziendali e 119 territoriali che la fanno quinta in Italia. In tutto riguardano solo il 20% dei lavoratori italiani. Questo fatto rallenta la premialità della produttività e l’aggancio all’inflazione che, negli ultimi anni, si è impennata. In generale, la Tuscia segue il trend del Sud e delle parti più deboli economicamente del Centro: l’assenza di produzioni strategiche, ad eccezione di alcune eccellenze del Distretto ceramico civitonico, l’insufficienza di dotazioni infrastrutturali viarie e digitali ed altri fattori correlati rendono un quadro certamente negativo.


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