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Fabrizio Melara: «Questo sport mi ha dato tanto, voglio chiudere la carriera raggiungendo qualche traguardo con questa maglia»

Fabrizio Melara: «Questo sport mi ha dato tanto, voglio chiudere la carriera raggiungendo qualche traguardo con questa maglia»

Lo hanno nominato il “professionista tra i dilettanti”. Lui, Fabrizio Melara, dopo 250 gare giocate tra serie A e B, ha deciso di ritornare nella sua città d’origine, Santa Marinella, e si è messo a disposizione della società tirrenica. ...

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Lo hanno nominato il “professionista tra i dilettanti”.

Lui, Fabrizio Melara, dopo 250 gare giocate tra serie A e B, ha deciso di ritornare nella sua città d’origine, Santa Marinella, e si è messo a disposizione della società tirrenica.

Insomma, possiamo dire che Fabrizio Melara è stato uno dei grandi del calcio che conta?

«Sì, è stato un viaggio che ancora deve terminare, anche se stiamo ormai agli sgoccioli di una carriera ma io spero che durino il più a lungo possibile. Per quanto riguarda questo viaggio è stato bellissimo. L’ho iniziato proprio nel campo del Santa Marinella, quindi è stato un mio desiderio e una mia forte volontà di tornare. Tornare qua a casa mia e magari chiudere questo ciclo ma il più a lungo possibile. Perché ancora mi sento di poter dare qualcosa sia in campo che fuori ai miei compagni di cordata e chiudere la carriera dove proprio l’ho iniziata».

Quali sono stati i momenti più belli della sua lunga carriera calcistica.

«Sicuramenti quelli che ho passato in serie B. La vittoria del campionato con il Benevento, ero il capitano della squadra. Diciamo che sono stato un perno del calcio professionistico italiano. Ci sono stati momenti belli, ma anche momenti brutti. Impari sempre tanto e proprio questi momenti accadono per far sì che poi, con la forza, riesci a superarli tutti, si supera tutto e si possa arrivare a traguardi importanti come quello della doppia promozione col Benevento dalla C alla B e della B alla Serie A. Sicuramente sono stati cinque anni più importanti della mia vita, dove ho raggiunto l’apice. Abbiamo raggiunto con il Benevento e con la maglia della strega la serie A. Ho fatto il capitano, sia a Benevento che a Castellammare, mi era capitato di farlo anche prima, quando ero più giovane. Così come lo sto facendo nella mia città. La cosa che ho sempre sognato fin da bambino, era quella di fare un percorso. Il mio percorso l’ho fatto, è stato bellissimo, e lo sto continuando a fare proprio nel posto dove sono cresciuto e dove sono nato. Tutte le vittorie ottenute sono dovute a tanto sacrificio, tanta abnegazione, perché nessuno ti regala niente. Nessuno, sia nel calcio che nella vita. Quindi sono stati fatti dei sacrifici importanti che mi hanno portato a raggiungere traguardi importanti e ora il mio desiderio più grande, prima di chiudere la mia carriera è quello di raggiungere qualche traguardo con questa maglia».

Non tutti i calciatori professionisti scendono nei dilettanti. Diciamo, tra virgolette, che lo ha fatto per amore della sua città e di questa squadra, per amore della società che le ha fatto dare i primi calci al pallone.

«Credo che ci sono stati anche altri calciatori nei dilettanti, colleghi miei che guardano magari il lato economico e giocano in serie D. Io invece, visto che il calcio mi ha dato tanto, oltre al lato economico, anche come uomo e come papà, mi ha fatto crescere tanto. Io vorrei trasmettere appunto tutto quello che mi ha dato il calcio, oltre magari agli insegnamenti tecnici, perché ho avuto la fortuna di avere grandi allenatori che adesso allenano anche in Premier e in Serie A, quindi, oltre a questi insegnamenti tecnici, vorrei trasmettere appunto ai miei compagni e a tutta la scuola calcio, quello che mi hanno dato, quello che mi hanno trasferito e quello che mi ha fatto diventare un calciatore, ma soprattutto come uomo di sport».

Chi segue il Santa Marinella tutte le domeniche ha capito che Fabrizio Melara non è solamente il giocatore che va in campo e basta, Fabrizio Melara è anche l’allenatore in campo, nel vero senso della parola.

«Come dicevo prima, qualche mio collega, ha fatto scelte diverse dalle mie. Io mi sono detto, fare 30 o 40 o 50 presenze in Serie D, di certo non è che mi cambia la vita, quindi ho detto fai quello che ti piace. Fai quello che ti emoziona, mi hanno sempre detto così anche la mia famiglia. A me, appunto, mi emoziona trasferire tutto quello che mi ha dato il calcio, in primis ai più piccoli della nostra scuola calcio e poi magari anche ad alcuni compagni di squadra che vedo e percepisco che stanno seguendo con interesse questo percorso. Sono curiosi, magari, di sentire alcuni miei racconti, di alcune dinamiche e di alcune anche situazioni di gioco quando stavo in serie B. Insomma, come ho detto prima, avendo avuto allenatori importanti e avendo fatto campionato di categoria superiore, a me riempie di gioia poter trasmettere a loro queste cose. Lo so, non siamo dei professionisti, però io dico sempre che dobbiamo portare la massima professionalità nel dilettantismo».

Quest’anno le cose stanno andando bene. Siete nelle posizioni di vertice e avete giocatori che scendono in campo applicando un determinato tipo di gioco che è quello che vuole mister Cafarelli.

«Io mi sono divertito sia l’anno scorso e mi sto divertendo quest’anno. Magari nel campionato passato era più un problema mio, per una questione di adattamento. Perchè c’è bisogno anche di adattarsi, sia quando si sale di categoria, ma soprattutto quando si scende. Quest’anno, con il nuovo mister che ha dei criteri importanti e idee, qualsiasi giocatore si trova meglio, perché vedi che ti riescono meglio le cose, perché si è più coinvolti. E quando un giocatore vede che è più coinvolto, gli escono le cose che magari provi anche durante la settimana. Io dico sempre quello che non bisogna imporre, ma bisogna convincere i ragazzi anche i più giovani, che quello che fa è la cosa giusta».

Vediamo che c’è un ottimo feeling tra lei e l’allenatore Cafarelli. Abbiamo visto veramente anche negli ultimi tempi che parlate molto, sia in allenamento che in partita e questo significa che c’è volontà sia da parte dell’allenatore che da parte sua di dare il massimo per una squadra.

«C’è sempre uno scambio di opinioni, rispettando sempre i ruoli, e io magari da giocatore esperto e lui da allenatore. Però abbiamo capito che ci possiamo far forza l’uno dell’altro, ma come lo può fare con me, lo può fare con tutti i miei compagni di squadra. Perché nel calcio siamo tutti utili e nessuno indispensabile e poi ci sono certi giocatori che possono fare e che fanno la differenza. È lo spirito di gruppo che conta, quello che si è creato a Santa Marinella».

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