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Il grido d’aiuto dei pescatori

Il grido d’aiuto dei pescatori

Pescatori e rappresentanti di cooperative insieme per rilanciare il comparto

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Clarissa Montagna
FIUMICINO – Pescatori, esperti del settore, rappresentanti di cooperative e sindacati si sono riuniti al convegno “I tavoli del mare” per puntare i riflettori su quello che è il cuore pulsante dell’economia di Fiumicino: la pesca e tutto il comparto della filiera ittica. Al “tavolo della pesca” hanno partecipato Roberto Arciprete (Alleanza cooperativa agciagrital), Claudio Brinati (biologo marino), Riccardo Fioramonti (vicepresidente regionale Fipsa), Lorenzo Cascino (Nuova Cooperativa Pesca), Lorenzo Colantuono (cooperativa “La Fanciulla” Anzio), Gennaro Del Prete (Federpesca, cooperativa Pesca Romana), Fabrizio De Pascale (segretario nazionale Uila Pesca), Agostino Prete (consigliere comunale di Fiumicino, membro della commissione ambiente, parchi, verde pubblico e privato – ciclo integrato dei rifiuti, monitoraggio ambientale, risparmio energetico, demanio marittimo), Luigi Satta (già delegato comunale per la pesca e la portualità), Alvaro Pedemonti (Cisl Pesca). Una delle principali criticità con cui i pescatori devono fare i conti e il costo del carburante, che rappresenta il 60-65% delle risorse impiegate dalle aziende del settore. Il carburante è fondamentale per l’uscita in mare di pescherecci e altre imbarcazioni: se non si esce, si perde la giornata di pesca e, quindi, non c’è nessun guadagno. I pescatori, infatti, fanno sempre più fatica a sostenere il rincaro dei prezzi: attualmente sprecano circa 1.200 litri di carburante al giorno per 16 ore di navigazione. La soluzione proposta dai partecipanti al tavolo a consiste nell’ottenere uno sgravio del 20% sul costo del carburante, il quale fornirebbe un importante sollievo ai pescatori, dandogli un po’ di respiro nell’esercizio del loro lavoro. Un’altra criticità riguarda la legge 10 22: un regolamento europeo iniziato nel 2019 e della durata di 5 anni, volto a ridurre lo sforzo di pesca del 40%. Questa legge ha portato le aziende ittiche ad operare solo per 142 giorni all’anno. Ma le spese per i costi dell’equipaggio e degli stipendi ci sono, e tutto questo porta ad un minor guadagno complessivo. I pescatori chiedono 200 giorni di pesca autogestiti nell’anno solare e sono anche d’accordo ai 45 giorni di fermo obbligatorio. Ciò consentirebbe di aumentare gli sforzi di pesca di 175 giorni all’anno, garantendo una maggiore autonomia e possibilità di gestione da parte dei pescatori. Ogni tipo di pesca ha le sue regolamentazioni. Per esercitarla a norma di legge i pescatori devono, però, rispettare i regolamenti comunitari. Questi hanno limitato il controllo della pesca agli Stati membri dell’Unione Europea, in particolare per quanto riguarda la pesca a strascico, regolamentata dal controverso “Regolamento controllo” che ha avuto voto negativo da parte dell’Italia. Secondo i pescatori alcune direttive sarebbero anche assurde: è stata, infatti, contestata il fatto che Bruxelles vorrebbe che a bordo delle imbarcazioni siano installate delle telecamere che li osservino mentre lavorano. Ma qui entrerebbe in gioco il fattore della privacy. Si è parlato poi anche della sicurezza sul lavoro: quello del pescatore è un lavoro rischioso e soprattutto usurante. Sono tante le ore e i giorni di navigazione sottoposti ad umidità ed intemperie. Ma senza l’operato dei pescatori in Italia non ci sarebbe pesce: la pesca è fondamentale per evitare l’importazione estera del prodotto ittico che, ad oggi, ha raggiunto il 75%. Quello che si suggerisce è avere un approccio generale per salvaguardare la risorsa ittica e tutto il comparto, cercando di mitigare le limitazioni imposte dal regolamento. E questo si potrebbe fare attraverso l’istituzione di tavoli tecnici che affrontino le questioni legate alla sicurezza del lavoro ed evitino l’importazione di prodotti ittici dall’estero. I partecipanti al tavolo hanno lamentato anche il fatto che il settore della pesca viene spesso trascurato nell’agenda politica. I pescatori richiedono un maggiore riconoscimento della dignità che meritano come lavoratori e degli ammortizzatori sociali, finora assenti. Inoltre, è stata evidenziata la mancanza di trasparenza nel processo di creazione dei regolamenti comunitari, che vengono spesso redatti da pochi dirigenti della Direzione Generale a Bruxelles ed accettati, spesso anche ad occhi chiusi, dagli Stati membri. Per risolvere la criticità si chiede di avere un maggior coinvolgimento del settore nella creazione delle norme che regolamentano la pesca, attraverso la partecipazione attiva e la promozione di un dialogo aperto tra i pescatori e i rappresentanti politici. Tra i vari tipi di pesca c’è anche quella sportiva-ricreativa: quella non professionale che viene svolta per diletto o con gare sportive nelle acque interne, come fiumi e laghi. Spesso, però, la pesca sportiva viene vista come un “ostacolo” alla pesca professionale, ma in realtà chi segue le direttive e rispetta le regole non vuole creare conflitti con i pescatori di professione, ma vuole contribuire alla salvaguardia del prodotto ittico. La soluzione proposta per far fronte a questa criticità e garantire un equilibrio fra la pesca professionale e la pesca sportiva è quella della collaborazione: collaborare al fine di promuovere una gestione sostenibile delle risorse ittiche e garantire una maggiore quantità di pesce per entrambe le parti. Inoltre, un altro suggerimento riguarda il vietare la vendita del pesce catturato tramite pesca sportiva con lo scopo di preservare il mercato per i pescatori professionali. Un’altra preoccupazione è l’aumento dell’importazione del prodotto irrico. Una delle soluzioni secondo i pescatori potrebbe essere l’istituzione di una zona da pesca esclusiva. Negli ultimi tempi sulle nostre coste è aumentata la presenza di specie aliene invasive, come i granchi blu, che rappresentano un’emergenza per l’ecosistema marino. Fiumicino, in particolare, negli ultimi anni è stata “invasa” da questa specie e lo è tutt’ora: basti pensare ai numerosi ritrovamenti, non solo nelle reti dei pescatori, ma anche nello specchio d’acqua della Darsena. Il granchio blu è, infatti, è un predatore che minaccia le altre specie marine, ma l’unico predatore del granchio blu è proprio l’uomo. La soluzione proposta consiste nello sviluppo di nuove tecniche di cattura, come l’utilizzo di particolari nasse costruite ad hoc, al fine di catturare e utilizzare queste specie invasive come una risorsa. Trasformare il granchio blu in una risorsa potrebbe consentire di creare nuove opportunità di lavoro nel settore, entrando nella filiera della vendita, e limitare l’impatto negativo di queste specie sull’ecosistema marino.
Un’altra criticità riguarda le modalità pesca dei molluschi bivalvi, come le telline e i cannolicchi. La pesca illegale, soprattutto delle telline, provoca gravi danni incidendo sulla loro riproduzione. Per questo esistono i giorni di fermo che ne vietano la pesca, ma se non vengono rispettati anche dal singolo pescatore questo crea una grave criticità.Essendo nella prima fascia di costa, questi molluschi sono molto importanti perché possono usati per il monitoraggio e controllo, volto a garantire la qualità dell’acqua e la sicurezza dei prodotti ittici. Tanti sono, infatti, i problemi sanitari con i molluschi bivalvi: anche se prodotto viene pescato nelle acque autorizzate, se quel sacchetto ha un coli questo non è verificabile direttamente. Come soluzione al problema si suggerisce di lavorare sui canali che sfociano a mare con tecniche di biotecnologie, rinaturalizzazione, sedimenti e acque dei fossi sarebbe uno dei modi per ridurre l’impatto dell’inquinamento. Altra soluzione riguarda il fatto che la Regione può mettere a sistema i dati che diventerebbero una indicazione costante usata per valutare la qualità delle acque. Forse la pesca a potrebbe arrivare a scomparire e questo spaventa i pescatori perché così facendo molti prodotti ittici sparirebbero dalla nostra catena alimentare. La criticità sollevata è che spesso il mare viene paragonato alla terra: la pesca a strascico smuove il fondale rovina tutto? No, in realtà smuove gli alimenti per la fauna marina. Per i partecipanti al tavolo, infatti, questo tipo di pesca è soggetto a troppi limiti: quello della profondità e distanza dalla costa di 3 miglia o 50 metri, la preservazione della posidonia, ma in realtà, spiegano che nei fondali sabbiosi essa non è presente. Così facendo il pescatore si vede sottratto il diritto di lavorare. Ma la sicurezza alimentare garantita soprattutto dai pescatori e dagli agricoltori. Una soluzione efficacie può essere quella di far crescere la conoscenza del consumatore sull’importanza di ciò che mangiamo. Si propone di parlare di questa criticità in Regione e di stanziare fondi regionali per proporre conoscenza delle nostre peculiarità e fornire più informazioni sull’importanza dell’economia blu.

Quello che è emerso da “tavolo della pesca” è che la pesca italiana i pescatori meritano di essere riconosciuti come attori protagonisti dell’economia e del sistema produttivo della città di Fiumicino. Il loro lavoro deve essere rispettato, deve essergli restituita dignità e messo all’indice dall’Ue. I pescatori chiedono di non essere più visti come “criminali”, ma come ingranaggio fondamentale senza cui l’economia blu non può esistere.


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