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«Con la ricchezza della notte di Natale impariamo ad accorgerci degli invisibili»

«Con la ricchezza della notte di Natale impariamo ad accorgerci degli invisibili»

Gianrico Ruzza* Pensare di celebrare il Natale secondo le consuetudini e le belle tradizioni che appartengono alla nostra terra, mentre infuriano scenari di guerra drammatici in tante parti del mondo, mi sembra un vero paradosso. La verità è ...

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Gianrico Ruzza*

Pensare di celebrare il Natale secondo le consuetudini e le belle tradizioni che appartengono alla nostra terra, mentre infuriano scenari di guerra drammatici in tante parti del mondo, mi sembra un vero paradosso. La verità è che stiamo attraversando un’ora buia della storia. Un’ora buia per la guerra, ma anche per i tanti paradossi che viviamo. Qualche esempio? Siamo nell’era della massima comunicazione (grazie ai social e a tutti i mezzi digitali), ma siamo massimamente soli e isolati; siamo nell’era del cambiamento climatico e tutti si impegnano per una transizione ecologica, ma intanto per produrre nuovi sistemi informatici e batterie elettriche (per i quali serve il nichel) aumenta la richiesta di carbone per i sistemi estrattivi in favore del nichel; siamo nell’era dell’IA e potremmo avere enormi frutti e benefici per la salute e lo sviluppo, ma intanto le cosiddette “bombe intelligenti” e i droni seminano la morte tra popolazioni civili inerti e innocenti. Non riesco facilmente a rassegnarmi alla formalità con cui soprassediamo su questi paradossi (e molti altri potrebbero essercene). Credo, tuttavia, di poter dare un piccolo contributo, manifestando la grande fiducia che porto nel cuore: Natale (quello vero!) è un’autentica bella notizia. Sì, ci viene detto che Dio si prende cura di questo mondo, che ha deciso di non lasciarci nella solitudine e negli errori che ci spingono a guerreggiare, a fare violenza, a negare i diritti alle persone, a dimenticarci dei fragili e dei deboli, a schiavizzare intere popolazioni. Come società abbiamo molti aspetti su cui dobbiamo correggerci ed errori da farci perdonare. E possiamo farlo, se ancora una volta apriamo il cuore al Mistero che viene proclamato nella notte di Natale:

“Nell’anno settecentocinquantadue dalla fondazione di Roma; nel quarantaduesimo anno dell’impero di Cesare Ottaviano Augusto, mentre su tutta la terra regnava la pace, Gesù Cristo, Dio eterno e Figlio dell’eterno Padre, volendo santificare il mondo con la sua piissima venuta, concepito per opera dello Spirito Santo, trascorsi nove mesi, nasce in Betlemme di Giuda dalla Vergine Maria, fatto uomo: Natale di nostro Signore Gesù Cristo secondo la carne. Le parole della Tradizione non devono nascondere il “cuore” del messaggio: la tenerezza di un Dio che sceglie di farsi bambino per parlare al nostro cuore, per consolarlo (cfr. Is 40, 1-5) e per condurlo nei sentieri della speranza e della vita. Vorrei sottolineare con convinzione l’idea che il Natale che stiamo vivendo sia un inno alla speranza e alla vita. Nonostante i tanti segnali distruttivi che ci circondano (non solamente per i conflitti armati), al di là delle ideologie che spesso intendono negare ogni dimensione trascendente della vita umana, rimane per tutti la certezza che l’Amore di Dio è più forte e che su quest’Amore potremo costruire una società diversa. Una società in cui la giustizia, la solidarietà, l’accoglienza, la relazione siano protagoniste.

Papa Francesco richiama spesso la bellezza dei sogni e chiede di fare spazio alla capacità di sognare nella nostra vita. Perché, allora, non potremmo sognare di edificare un mondo in cui i bambini non siano condannati alla fame e alla miseria o –peggio ancora – a divenire strumenti di guerra? Sarà possibile edificare un mondo in cui le persone che fuggono dai loro paesi in cerca di rifugio e di possibilità concrete di una vita dignitosa siano considerate sorelle e fratelli e non problemi o pacchi? Posso permettermi di sognare un mondo in cui tutti si adoperano per una vera ecologia integrale, fatta di sobrietà, di giustizia, di rispetto per l’ambiente, di attenzione alle esigenze dei più deboli? Perché accantonare la speranza che si creino le condizioni della pace anche tra popolazioni diverse che per secoli sono state ostili tra loro e che oggi cercano le vie del dialogo e della fraternità, sfidando la storia passata?

Quanti sogni possiamo deporre dinanzi alla stalla di Betlemme! Con l’impegno che, mentre li offriamo al Signore che si fa bambino per renderci semplici ed umili, pronti ad accogliere la Grazia che viene nella storia, facciamo qualcosa di concreto (anche gesti piccoli, ma sinceri) per cominciare a trasformare i sogni in progetti, con la convinzione che possiamo farcela! Dio non ci lascerà soli nel tentativo di cambiare il mondo per renderlo più umano, più fraterno, più accogliente: Dio sarà con noi e ci sosterrà.

A condizione che i cuori di tutti noi non siano chiusi. Che si accorgano dei “piccoli” che gridano, a cominciare dai tanti giovani che in qualche modo condanniamo a rifugiarsi nelle dipendenze e nella depressione, mentre noi adulti pensiamo alle tradizioni, agli interessi, alle regole, alle procedure…. Insomma ci rinchiudiamo nel “si è sempre fatto così”, o ci nascondiamo sentendoci inadeguati per le grandi sfide che le trasformazioni del mondo pongono dinanzi ai nostri occhi e ai nostri cuori. Condivido un desiderio: che a partire dalla ricchezza della notte del Natale diveniamo capaci di accorgerci di chi è “invisibile” per il mondo delle luminarie e delle feste di questi giorni.

*Gianrico Ruzza,

vescovo Diocesi di Civitavecchia-Tarquinia

Diocesi Porto Santa Rufina

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