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«Foibe, tra memoria storica e revisionismo»

CIVITAVECCHIA – «Con legge 2004 n° 92 la Repubblica italiana riconosce il 10 febbraio quale “ Giorno del Ricordo”. Con la legge la Repubblica italiana intende “ conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le ...

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CIVITAVECCHIA – «Con legge 2004 n° 92 la Repubblica italiana riconosce il 10 febbraio quale “ Giorno del Ricordo”. Con la legge la Repubblica italiana intende “ conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra nella più complessa vicenda del confine orientale”.

La legge istitutiva del Giorno del Ricordo promulgata dal Presidente della repubblica Ciampi ha quindi promosso questa annuale commemorazione per ricordare quei fatti inserendoli opportunamente nella più complessa vicenda di quei territori che, dal 1866 – terza guerra di Indipendenza – costituirono i confini dell’Italia con l’impero Austro Ungarico.

Soltanto da una seria analisi storica di quanto accaduto nel periodo di quasi 80 anni può permettere di comprendere almeno in parte quegli avvenimenti, evitando strumentalizzazioni, esemplificazioni ideologiche, omertà e quindi esprimere adeguate valutazioni di quei fatti drammatici.

Fino alla prima guerra mondiale il confine italiano comprendeva le province friulane di Pordenone e di Udine. Dall’altra parte l’Impero Austro Ungarico che, nell’immediata prossimità del confine, inglobava le province di Gradisca, Gorizia, Trieste.

Quest’ultimo territorio era composito sia dal punto di vista geografico,culturale che della lingua d’uso, con una forte presenza di italiani nei centri urbani maggiori e sloveni e tedescofoni residenti nelle comunità minori o nel territorio circostante.

Dopo la prima guerra mondiale e il conseguente disfacimento dell’impero Asburgico, l’Italia ottenne i territori della Venezia Giulia quindi le province di Gorizia, Trieste, l’Istria e il territorio di Zara. Nel 1924 la città di Fiume venne annessa all’Italia.

In tali territori, data la mescolanza di etnie e di intrecci di vicende storiche e culturali nacquero tensioni e contrasti. Da parte italiana cominciarono a manifestarsi fenomeni di esacerbato nazionalismo che con l’avvento delle dittatura fascista divennero virulenti e che a Trieste culminarono con l’ incendio dell’Hotel BalKan il più importante centro culturale sloveno della città.

Con il fascismo al governo in Italia le manifestazioni di intolleranza etnica e linguistica si istituzionalizzarono. Nelle scuole e negli uffici pubblici venne imposto l’obbligo la lingua italiana; si impose la italianizzazione dei nomi e cognomi tra i vivi ed anche nei cimiteri; si proibì l’uso della lingua slovena nelle funzioni religiose. In un proclama fascista si affermava: ”Di fronte ad una razza come la slava,inferiore e barbara, non serve seguire la politica che da lo zuccherino, ma quella del bastone”.

Nell’aprile del 1941 divisioni tedesche, Italiane, ungheresi e Bulgare attaccarono la Jugoslavia che venne rapidamente sopraffatta. L’Italia occupò annettendola la provincia di Lubiana, a di Fiume, quella di Zara e parte della Dalmazia.

Già nell’estate del 1941 si sviluppò la lotta di resistenza Jugoslava contro gli occupanti. La reazione italo tedesca fu spietata. Nei 29 mesi di occupazione italiana nella sola provincia di Lubiana vennero fucilati 5.000 civili e altre 7.000 trovarono la morte nei campi di concentramento tra cui quello di Gonars (Udine) e di Rab in Croazia.

Dopo l’8 settembre 1943 con la dissoluzione dell’esercito italiano i tedeschi occuparono i territori già sotto il controllo italiano e le province di Pordenone e di Udine. Decine di migliaia di soldati italiani vennero catturati dei tedeschi e inviati nei campi di concentramento; altri si unirono ai partigiani Titini e combatterono contri i nazisti. Parallelamente a quella Jugoslavia si organizzò e sviluppò la resistenza italiana nelle province di Pordenone e di Udine contro i nazisti che furono coadiuvati da bande di repubblichini di Salò.

Fu dopo l’8 settembre de 1943 che si manifestarono violenze di particolare efferatezza contro cittadini italiani. Avendo i tedeschi occupato le città, Trieste, Pola, Fiume, i territori interni divennero terre di nessuno. In tale situazione, sloveni e croati iniziarono rappresaglie rivolte verso chi aveva rappresentato l’Italia ed in particolare tra coloro che avevano svolto incarichi politici ed amministrativi in quelle regioni ma anche verso impiegati , insegnanti e semplici cittadini italiani. Ciò anche in conseguenza delle prevaricazioni subite nel passato ed anche per l’insorgere tra le popolazioni slave fenomeni di acceso nazionalismo. Numerosi furono gli italiani deceduti nelle carceri e nei campi di concentramento Jugoslavi. Tanti sommariamente uccisi e gettati nelle “foibe” che conservarono l’immagine simbolo di tali assassini.

Nel maggio del 1945 con l’occupazione della Venezia Giulia da parte dell’esercito Jugoslavo, partigiani del 9° corpo d’armata e regolari della 4° armata procedettero all’internamento di appartenenti alle forze di polizia, conniventi con il passato regime ma anche di antifascisti e dei cittadini ritenuti ostili all’annessione del territorio alla Jugoslavia. Il trattamento loro inflitto fu durissimo. Molti perirono di stenti o furono liquidati nei campi di concentramento. Centinaia furono le esecuzioni sommarie senza che fossero accertate delle qualsivoglia responsabilità

In questo quadro è importante ricordare il massacro dell’intero comando della brigata partigiana Osoppo composta da uomini che si riconoscevano nel movimento “Giustizia e Libertà” massacro compiuto da frange fanatiche di partigiani garibaldini propensi all’annessione Jugoslava di quei territori.

È dopo l’8 settembre del ’43 che a Trieste che si rese attivo il campo di detenzione nazista della risiera di San Saba munito di forno crematorio dove vennero trucidati, si calcola 5.000 internati gran parte ebrei e partigiani e tantissimi altri deportati nei campi di sterminio in Germania.

Questa ricostruzione sommaria degli avvenimenti relativi al periodo 1919- 1945 credo che renda l’idea dei drammi che subirono le popolazioni stanziate in dette zone. Nel periodo successivo, fino al 1956 i dramma continuò con l’esodo forzato dalle terre ormai diventate Jugoslave di circa 250.000 italiani.

Chiarire e capire quanto accaduto, senza omertà, dimenticanze e indifferenza credo che sia compito dei democratici, degli uomini liberi e di quanti amano la verità storica. Presidenti della Repubblica a cominciare da Ciampi che la legge 192 ha promulgato poi Napolitano e Mattarella hanno reso omaggio alle vittime di quei drammi. Anche da parte Slovena si sta studiando quel periodo e quelle vicende anche per meglio rimuovere le residue ombre di un passato ormai superato nella coscienza di molti

Purtroppo va registrato che in Italia il ricordo di quei drammi viene utilizzato per spicciola propaganda politica o, peggio ancora, per parallelismi impossibili. Infatti ricordare quei tragici momenti, quelli appunto delle foibe e delle sofferenze inferte alle popolazioni italiane senza parlare della guerra d’aggressione voluta dal regime di Mussolini delle terribili repressioni compiute dagli occupanti italiani, dei vergognosi sistemi messi in atto per “italianizzare” quelle popolazioni risulta essere una manipolazione della storia.

Come pure voler paragonare il dramma delle foibe e delle persecuzioni agli italiani con l’olocausto, la sistematica organizzazione nazista predisposta per “soluzione finale” del popolo ebreo, quindi della sua completa eliminazione rappresenta un oltraggio non solo alla storia ma anche all’umanità».

Anpi Civitavecchia


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